Info immagine: https://commons.wikimedia.org/wiki/User:Phyrexian Nel portico della chiesa di Santa Maria in Cosmedin, a Roma, si trova un reperto che continua ad attirare l'attenzione di visitatori da ogni parte del mondo. Si tratta di un grande mascherone circolare in marmo pavonazzetto, murato in posizione verticale dal 1632. Osservando la pietra, si nota un volto maschile con una folta barba e la bocca spalancata. Gli occhi, il naso e la bocca sono forati e cavi. Anche se il rilievo appare oggi molto consumato dal tempo, è possibile scorgere tra i capelli due chele di granchio, un dettaglio che ha permesso di identificare la figura con una divinità marina, come il dio Oceano o Ponto, sebbene in passato sia stata associata anche a Giove Ammone o a un fauno.
Durante l'epoca della Roma antica, questo grande disco di marmo non era appeso a una parete, ma svolgeva una funzione molto più pratica. Era infatti un tombino, collocato orizzontalmente sul terreno nei punti più bassi delle piazze o delle strade per favorire il deflusso delle acque piovane. Nell'antichità era comune decorare questi elementi con l'effigie di divinità fluviali o marine, poiché si credeva che il dio Oceano fosse il padre di tutte le acque e che queste, alla fine, dovessero ritornare a lui, venendo metaforicamente inghiottite dalla sua bocca.
Nel corso del medioevo, l'antico tombino iniziò a essere circondato da un'aura leggendaria. Si ritiene che sia proprio questo l'oggetto menzionato nell'undicesimo secolo all'interno dei primi Mirabilia Urbis Romae, una celebre guida medievale destinata ai pellegrini in visita alla città. In questo testo si narra di un simulacro situato presso la chiesa di Santa Maria in Fontana, identificato come il tempio di Fauno, capace di pronunciare oracoli e che avrebbe ingannato l'imperatore Giuliano.
Un racconto tedesco del dodicesimo secolo descrive invece come il diavolo, presentatosi sotto le sembianze di Mercurio, protettore dei commerci e degli inganni, avesse trattenuto a lungo la mano di Giuliano dietro quella bocca di pietra. L'imperatore, che aveva truffato una donna e doveva giurare la propria buona fede proprio su quell'idolo, avrebbe ottenuto la salvezza e la promessa di grandi fortune solo accettando di rimettere in auge le antiche divinità pagane.
Con il passare del tempo, la fantasia popolare arricchì ulteriormente la fama del monumento. Nel medioevo si diffuse la credenza che l'erudito Virgilio Marone Grammatico, vissuto nel sesto secolo e a cui la tradizione attribuiva poteri magici, avesse costruito la Bocca della Verità per aiutare i coniugi a verificare la fedeltà del proprio partner. Nel quindicesimo secolo, diversi viaggiatori italiani e tedeschi descrivevano questa pietra come capace di rivelare i tradimenti coniugali. Una nota leggenda popolare racconta di una donna infedele che riuscì a salvare la propria mano grazie a un inganno: fece travestire l'amante da pazzo per farsi abbracciare in pubblico prima della prova, potendo così giurare senza mentire di essere stata toccata solo dal marito e da quell'uomo ritenuto demente.
Il nome con cui oggi tutti conoscono questo monumento, Bocca della Verità, compare per la prima volta in un documento del 1485. Da quel momento, la scultura divenne una presenza fissa tra le curiosità romane da non perdere. Originariamente la pietra si trovava all'esterno del portico della chiesa di Santa Maria in Cosmedin; fu solo nel 1631, durante i lavori di restauro promossi da papa Urbano ottavo Barberini, che venne spostata nella collocazione attuale sotto il portico, dove ancora oggi potete ammirarla e lasciarvi affascinare dal suo mistero.
Fonti consultate: Bocca della Verità. Testo rielaborato per LeAudioGuide, 4 ottobre 2026. Testo distribuito con licenza CC BY-SA 4.0; attribuzione alle voci e ai relativi autori tramite i collegamenti alle fonti.
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